dal blog di Antonio Di Pietro, un commento sulle ultime dichiarazioni di Berlusconi, Schifani e Bossi sui PM antimafia
11 Settembre 2009 Un copione gia' visto Cosa sta accadendo sulla vicenda delle stragi degli anni '90? Perche' il Presidente del Consiglio e' così preoccupato per la riapertura dei fascicoli delle procure di Palermo, Milano e Firenze? Forse conosce già gli esiti a cui porterebbero nuove indagini e, forse, sa quello che Spatuzza e Ciancimino hanno da dire. E’ consapevole che le loro dichiarazioni sarebbero la combinazione di una cassaforte al cui interno si troverebbe il volto di quei mandanti di cui si è sempre parlato. Io ritengo che la riapertura dei fascicoli delle stragi degli anni ‘90 stiano seguendo il copione tipico delle vicende di mafia con implicazioni politiche. La storia d’Italia questo copione lo conosce e, i signori Spatuzza e Ciancimino sono metaforicamente nei panni dei nuovi Buscetta che, ai tempi, con le loro rivelazioni, aprirono nuovi scenari. Ma qui mancano ancora i mandanti che sono sul punto di essere smascherati. Mandanti ignoti ma che fanno così paura al Presidente del Consiglio da spingerlo a dire: “Con queste nuove indagini si buttano i soldi dei contribuenti”. Così paura da far intervenire il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a far da paciere con l’Anm e da far sostenere al Presidente del Senato, Renato Schifani: “Mi piace di più quando la magistratura si occupa del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia”, senza cercare i mandanti politici, aggiungo io. Coloro che hanno dato una chiara interpretazione dei fatti sono il giornalista Lirio Abbate, ieri a ‘Linea Notte’ di RaiTre, in un’intervista che riporto in questo articolo, e Umberto Bossi quando afferma: "C'è la mafia dietro gli attacchi al governo". E’ vero, signor Bossi, c’è la mafia in gattabuia che si è rivoltata contro i suoi mandanti a piede libero. Se la giustizia fosse riformata, così come la propone la nostra alternativa di governo, probabilmente questi mandanti avrebbero già un volto e l’Italia sarebbe un Paese diverso. L’Italia dei Valori sta già guardando al dopo Berlusconi, ad un’alternativa credibile di governo che possa dar vita ad una terza Repubblica, che possa far piazza pulita delle solite facce che ammorbano la politica da mezzo secolo ed oltre. Riporto di seguito gli obiettivi dell’Italia dei Valori in tema di Giustizia, venti proposte serie ed efficaci che questo governo equiparerebbe a scorie radioattive da cui tenersi ben lontani per sopravvivere:
Semplificare il processo civile prevedendo ampie possibilità conciliatorie e ampliamento dei poteri d’ufficio del Giudice, con l’obiettivo di completare ogni singolo grado di giudizio nell’arco di un anno.
Prevedere la figura del giudice monocratico per i processi civili di appello
Eliminare nel settore civile ed in quello penale le norme che introducono inutili formalismi che rendono sempre più lontana nel tempo la decisione.
Prevedere filtri per i ricorsi in Cassazione
Individuare pene certe e processi penali più rapidi con possibilità di applicazione della pena dopo il secondo grado di giudizio
Stabilire la sospensione della prescrizione dei reati dopo il rinvio a giudizio
Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti. Dal 1996 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a “trattare” con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: lo stesso Riina e Bernardo Provenzano. Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, ingaggiò una forsennata lotta contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gasparre Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. Dopodichè la trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Silvio Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ‘92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze, Milano e Roma (basiliche); una nel 1994, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato “onorevole”.Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale presidente del Consiglio, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso “appoggio politico” in cambio della disponibilità di una delle sue reti tv, guardacaso protagoniste nei mesi successivi di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica. Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure i protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm. Mori - imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel 1996 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura - è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria. Ci raccontano qualcosa, per favore?
Articolo di Luigi de Magistris pubblicato l'8 Settembre su l'Unità
Il Presidente del Consiglio, il piduista Berlusconi, ha affermato, con toni minacciosi ed inaccettabili per uno Stato di diritto, che vi sono magistrati di talune Procure della Repubblica che indagano sulle stragi di mafia cospirando e congiurando ai suoi danni. Le Istituzioni - quelle non ancora corrose dal crimine organizzato - e la parte sana della società civile non possono accettare intimidazioni di questo genere. Attendiamo con speranza - sin dalle stragi di Capaci e di via D´Amelio - che venga scoperta tutta la verità sugli omicidi Falcone e Borsellino; vogliamo sapere perché la mafia ramificò la strategia della tensione militare piazzando bombe a Roma, Firenze e Milano; aspettiamo di sapere se pezzi deviati delle Istituzioni - che ancora operano nel Paese in continuità con una P2 mai morta ed anzi sempre più forte - trattarono con Cosa Nostra; vogliamo capire se esiste un rapporto tra la fine della strategia militare della mafia e la discesa in politica, da vincenti, di Dell`Utri, Berlusconi e della stessa nascita del partito di Forza Italia; chiediamo a gran voce di individuare coloro i quali hanno sottratto l´agenda rossa di Paolo Borsellino; intendiamo sapere chi ha favorito in questi anni l´istituzionalizzazione della mafia con il consolidamento della sua penetrazione nell´economia e nello Stato. Ed allora veniamo al punto: perchè Berlusconi minaccia i magistrati che stanno investigando svolgendo indagini difficili e pericolose? Ha in mente, forse, di creare le condizioni per isolare servitori dello Stato e magari per favorire l´intervento di menti istituzionali raffinatissime? Invia messaggi a qualcuno? Non so che cosa accadrà nel futuro - sulla mia pelle ho visto realizzarsi melmosi intrecci istituzionali mai visti e sentiti e forse nemmeno immaginati - ma so per certo che vigileremo in tantissimi affinchè non sia esercitata nessuna interferenza illecita che ostacoli il lavoro dei magistrati e delle forze dell´ordine e impedisca agli italiani di conoscere la verità, fosse pure una verità terribile e inquietante, forse la verità che ci farà capire perchè un ampio manipolo di golpisti con il grembiulino intende sovvertire le Istituzioni Repubblicane.
Agenda rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza Articolo di Benny Calasanzio (l'AnteFatto, 3 settembre 2009) «Tremate tremate, le agende rosse sono tornate». Si alza forte il brusio del popolo del web, che pian piano risponde massicciamente all’appello «Resistenza». Dopo quella del 19 luglio in via D’Amelio, un’altra manifestazione con al centro l’agenda rossa «rubata» di Paolo Borsellino è già in cantiere. A darne notizia è Salvatore, fratello del giudice, che da anni si scaglia contro le istituzioni coinvolte nella trattativa stato-mafia che portò alla morte dell’unico ostacolo alla patto: quello stesso Paolo Borsellino che scrisse sulla sua seconda agenda, quella grigia, di aver incontrato Mancino il primo luglio del 1992, il giorno del suo insediamento come ministro dell’Interno e 18 giorni prima di morire. «Lì a mio fratello venne proposta la trattativa con i boss e lui l’avrà rifiutata in maniera schifata. Oltre a Mancino, che continua a negare dando implicitamente del bugiardo a mio fratello, c’era anche Bruno Contrada, che poco prima il pentito interrogato da Paolo, Gaspare Mutolo, aveva additato come colluso con cosa nostra» ha detto Salvatore Borsellino. Già il 19 luglio scorso, nel budello d’asfalto in cui era stato ucciso nel 1992 il procuratore aggiunto di Palermo assieme agli agenti di scorta Loi, Catalano, Li Muli, Cosina e Traina, l’ingegnere che vive ad Arese ormai da 40 anni era riuscito tramite il web e i social network a richiamare centinaia di persone da tutta Italia per una tre giorni all’insegna non delle lacrime, bensì della «rabbia costruttiva». Manifestazione, quella del 19 luglio, disertata quasi completamente dalla gente di Palermo, boicottata ormai ufficialmente dalle grandi associazioni antimafia e soprattutto dai media, se si esclude Enrica Maio del Gr Rai e Silvia Resta di La7. Ora Borsellino torna a suonare la carica: il 26 settembre sarà la volta della capitale. Alle 14 il corteo si riunirà in piazza della Repubblica (Esedra) e da lì il corteo concluderà il suo corso in piazza Barberini. La marcia sarebbe dovuta passare dapprima davanti la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, per ossimoro ubicata in Piazza Indipendenza, e poi al Quirinale, la sede della presidenza della Repubblica; a causa del protocollo sulla sicurezza che vige sulle manifestazioni romane, al Quirinale si potrà recare solo una delegazione di una cinquantina di persone. «Questa manifestazione è la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia di Palermo in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del 92 e del 93. Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine. Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il Pg di Caltanissetta Barcellona; noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo. Non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il 19 luglio in via d'Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l'incendio» ha spiegato il fratello del giudice che terrà aggiornati i partecipanti tramite il suo sito, http://www.19luglio1992.com/.
Non sapevo o non ricordavo che il senatore Marcello Dell'Utri è addirittura stato condannato a 9 anni di carcere!!!! (in primo grado e ora anche in appello, per concorso esterno in associazione mafiosa, questo sì che me lo ricordavo...).
Dal blog di Antonio Di Pietro, post di oggi: Ho voluto avviare l'iniziativa "Li seguiamo per te" per poter informare e tenere aggiornati i cittadini riguardo a tutti quei processi sui quali altrimenti sarebbe calata la spessa cortina del silenzio mediatico. Ho iniziato con il processo al governatore della Campania, Antonio Bassolino, al quale si sono aggiunti quello al corrotto David Mills e al suo - in assenza di lodo - corruttore Silvio Berlusconi. Ora ne aggiungo un terzo: il processo d'appello a Marcello Dell'Utri ripreso il 15 maggio 2009. Quello a Dell'Utri e' un processo capace di spiegare, se non ha gia' spiegato con la condanna in primo grado, larga parte della genesi di Forza Italia, oggi Pdl, e dell'ascesa nel panorama nazionale di un corruttore oggi Presidente del Consiglio. Processi come questi non ne vedremo più: la legge sulle intercettazioni ed il bavaglio all’informazione, che questa legge comporta, hanno messo la parola fine alla possibilità di risalire a qualsiasi reato, se non per circostanze fortuite. I media non ne parlavano già prima, ora avranno persino un buon motivo per continuare a non farlo. In aula a Palermo venerdì scorso, durante la seconda udienza d’appello, tolti i giudici, c’erano solo tre cittadini in aula, uno di questi era il nostro inviato. Da oggi con questo video qualche migliaia di cittadini in più verrà a conoscenza di questo processo, che già entro l’estate potrebbe portare ad una sentenza definitiva. Riporto di seguito il testo del video e la parte finale della sentenza a carico del senatore Marcello Dell’Utri così come la si legge nelle 1771 pagine di documenti ufficiali del processo di primo grado risalente all’11 dicembre 2004. Una condanna che lascia ben pochi dubbi sulla gravità dei reati di cui quest’uomo è accusato e della complicità prestata, oltre che della consapevolezza riguardo ai fatti, da parte dell’ambiente che lo circondava. [da pagina 1761 secondo capoverso] Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata hanno consentito di fare luce: sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate, Teresi, oltre a Mangano e Cinà), sul ruolo ricoperto dallo stesso nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano, tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo FININVEST; sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o “soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli “uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo; sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia, incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST (come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso (come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico e giudiziario. Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di “cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici. Non c’è dubbio alcuno, alla luce delle considerazioni che precedono e di tutto quanto oggetto di analisi nei singoli capitoli ai quali si rinvia, che le condotte tenute dai prevenuti si sussumono nelle fattispecie previste e sanzionate dagli artt. 416 e 416 bis c.p. delle quali ricorrono tutti gli elementi costitutivi. Ma ricorrono, anche, le contestate aggravanti di cui ai commi 4° e 6° dell’art. 416 bis c.p. Ed invero, la sussistenza di tali aggravanti va ritenuta qualora il reato de quo sia contestato agli appartenenti ad una “famiglia” aderente a “cosa nostra” od al concorrente esterno, in quanto l’esperienza storica e giudiziaria consentono di ritenere il carattere armato di detta organizzazione criminale (Cass. 14.12.99, D’Ambrogio, CP 01,845) e la sua prerogativa di operare nel campo economico utilizzando ed investendo i profitti di delitti che tipicamente pone in essere in esecuzione del divisato programma criminoso (Cass. 28.1.00, Oliveti, CED 215908, CP 01, 844). TRATTAMENTO SANZIONATORIO Per quanto attiene alla determinazione della pena, tenuti presenti i parametri ed i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p., le condotte di Gaetano Cinà, consapevoli e reiterate nel tempo, devono essere sanzionate con una pena che il Collegio ritiene congruo quantificare in anni sette di reclusione, in considerazione della continuità del suo apporto a “cosa nostra”, alla quale è stato organico nei termini sopra evidenziati, dell’importante risultato, economico e non, conseguito dall’organizzazione, grazie alla sua costante disponibilità, consistita nel coltivare il suo rapporto di amicizia con Marcello Dell’Utri anche in una dimensione illecita e funzionale alle richieste ed esigenze degli uomini d’onore della “famiglia” di riferimento e dei capi del sodalizio. (pena così determinata:, anni sei, mesi sei di reclusione per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. aggravato, aumentata di mesi sei di reclusione ex art. 81 c.p. Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”. Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale. Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli. Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda “Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda “Garraffa”. Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello. (pena così determinata: anni otto e mesi sei di reclusione per il reato aggravato di cui all’art. 416 bis c.p., elevata di mesi sei di reclusione per art. 81 c.p.). I due imputati vanno condannati, altresì, al pagamento in solido delle spese processuali ed il Cinà Gaetano anche a quelle del suo mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, nonchè entrambi vanno dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici ed in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena. Alla condanna consegue per legge e, in ogni caso, anche in relazione all’intrinseca pericolosità desunta dalle considerazioni che precedono, l’applicazione a ciascuno degli imputati della misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di anni due (tenuta presente la gravità dei reati contestati), da eseguirsi dopo che la pena è stata scontata o è altrimenti estinta. Infine, entrambi gli imputati vanno condannati in solido: al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di Palermo, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali immediatamente esecutive; al pagamento delle spese processuali sostenute dalle medesime parti civili che si liquidano in complessivi euro ventimila per il Comune di Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia di Palermo, somme comprensive di onorari e spese. In considerazione della particolare complessità della stesura della motivazione, dovuta alla gravità delle imputazioni ed alla notevolissima mole degli atti processuali acquisiti, si indica in novanta giorni il termine per il deposito della sentenza. DICHIARA DELL’UTRI MARCELLO e CINA’ GAETANO colpevoli dei reati loro rispettivamente contestati e, ritenuta la continuazione tra gli stessi, CONDANNA DELL’UTRI MARCELLO alla pena di anni nove di reclusione e CINA’ GAETANO alla pena di anni sette di reclusione ed entrambi, in solido, al pagamento delle spese processuali, nonché il CINA’ anche a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare. Visti gli artt. 28, 29,32 e 417 c.p., DICHIARA Entrambi gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonché in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena. APPLICA A ciascuno degli imputati la misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di anni due, da eseguirsi a pena espiata. Visti gli artt. 539 e 541 c.p.p., CONDANNA Entrambi gli imputati in solido al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di Palermo, da liquidarsi in separato giudizio, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali immediatamente esecutive. Condanna, infine, gli imputati in solido al pagamento delle spese sostenute dalle medesime parti civili che liquida in complessivi euro ventimila per il Comune di Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia Regionale di Palermo, somme comprensive di onorari e spese.
Dal blog di Beppe Grillo Secondo il TG1, ieri in Commissione Affari Costituzionali del Senato è andato in scena un mio show. Le parole che ho detto avrebbero indignato il presidente Schifani. Cosa lo indigna di più, il fatto che quattro membri della camera che presiede siano stati raggiunti da altrettanti avvisi di garanzia per "concorso in corruzione aggravato dal favoreggiamento della mafia", o il fatto che 350.000 cittadini pretendano la discussione della legge per un Parlamento Pulito?
Sonia Alfano è stata eletta al Parlamento Europeo. La sua elezione è la prova provata che la rivoluzione della Rete è iniziata. Senza passaggi televisivi, senza che la stampa ne parlasse, Sonia ha raccolto oltre 150.000 preferenze. Ora dice di voler portare la mafia in Europa, esattamente come Mastella. Ma lei vuole eliminarla.
Pubblico il video di autopresentazione di Sonia Alfano, un'altra Italiana di cui possiamo essere orgogliosi e che vale davvero la pena di mandare a Bruxelles.
Pubblico questo articolo di Giuseppe Giulietti, con tutta la mia solidarietà alla famiglia di Paolo Borsellino, soprattutto a Salvatore che non si stanca di gridare ogni giorno la sua rabbia, e con tutta la vergogna di chi si sente corresponsabile, in quanto cittadina italiana, di questa scellerata ingiustizia che ci danneggia tutti.
di Giuseppe Giulietti 26.02.09 - da http://temi.repubblica.it/micromega-online/260209-via-damelio-quella-sentenza-coperta-dal-silenzio/ Nei giorni scorsi, riprendendo le denunce di Marco Travaglio e di Pancho Pardi, abbiamo raccontato il quasi tombale silenzio Raiset in merito alla condanna per corruzione dell’avvocato Mills. Di quella condanna non si doveva parlare perché non doveva essere pronunciato il nome del compare. In questo caso specifico non si è neppure atteso il lodo Alfano bis sulle intercettazioni per procedere al sequestro dell’articolo 21 della Costituzione. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato.In queste stesse ore, sulla vicenda delle centrali nucleari, si sta ripetendo lo stesso copione. Qualsiasi punto di vista critico, divergente dal pensiero unico nuclearista, è stato cancellato. Gli scienziati, i ricercatori, i rappresentanti dei comitati che promossero il referendum sono stati condannati al silenzio o alla marginalità, fatte salve naturalmente alcune lodevoli eccezioni che ancora resistono sulle poche piazza mediatiche non ancora occupate dalle truppe berlusconiane.La condanna al silenzio riguarda anche il passato, e coinvolge anche la vita e le opere di alcuni grandi italiani che hanno letteralmente sacrificato la loro esistenza al bene comune e alla lotta contro le mafie e i loro mandanti. Ci riferiamo, in questo caso, al giudice Borsellino e alla sua misteriosa agenda rossa, zeppa di annotazioni e mai più ritrovata. Qualche giorno fa questa vicenda è stata archiviata, nell'indifferenza quasi totale, perché anche questa è considerata una pagina da strappare dal libro della nuova vecchissima Italia di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano.Da Palermo, un vecchio amico giornalista che per tante ragioni preferisce non firmarsi, ci ha inviato una lettera angosciata e indignata che ci permettiamo di pubblicare e di dedicare alla memoria del giudice Borsellino e degli altri eroi che hanno perso la vita per garantire davvero a tutti noi il diritto alla legalità e alla sicurezza.Via d'Amelio: quella sentenza coperta dal silenzioColpo di spugna su uno dei più grandi misteri delle stragi mafiose del '92. L'agenda rossa di Paolo Borsellino, vista in via d'Amelio, scompare per sempre per una sentenza e nella disattenzione dei media. Palermo, 19 luglio 1992. Un uomo in abiti civili si allontana, a passo svelto, dall’inferno di fiamme di via D’Amelio. Tiene stretta una borsa di pelle. E’ quella del giudice Paolo Borsellino, appena trucidato insieme agli agenti della scorta. Dentro la borsa c’è l’agenda rossa dalla quale il magistrato non si separava mai. Quelle immagini riprese dalle telecamere dei primi reporter giunti sul posto, hanno rappresentato, in questi lunghi 17 anni, la speranza di giungere a una verità superiore, di capire quali interessi esterni alla mafia abbiano scatenato, due mesi dopo l’eliminazione di Giovanni Falcone, i macellai di Cosa nostra.Ebbene, quella verità non la conosceremo mai. Con una sentenza passata nel silenzio, praticamente ignorata da giornali e TG, con gli italiani, forse ipnotizzati dal festival di Sanremo o impegnati a sbirciare nel buco della serratura del Grande Fratello, la Corte di Cassazione ha passato il definitivo colpo di spugna sulle stragi che hanno cambiato il volto dell’Italia.L’uomo che sottrasse dall’auto blindata di Borsellino quella borsa era il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, oggi colonnello. La suprema corte ha respinto il ricorso della Procura della Repubblica di Caltanissetta contro il proscioglimento dell’ufficiale. Non ci sarà un processo. Dunque, quelle immagini è come se non fossero mai esistite. E perciò l’agenda rossa sulla quale Borsellino annotava riflessioni, intuizioni, notizie, è un’invenzione. Arcangioli si è sempre difeso sostenendo di non aver mai preso l’agenda e che la borsa fu consegnata subito dopo. Un fatto è certo però: l’agenda non è mai stata ritrovata.Carico di rabbia e di amarezza il commento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, un uomo coraggioso che ha speso questi 17 anni, alla ricerca della verità. “La giustizia è morta – dice – e ogni volta che viene negata si rinnova quel massacro. E ci sono giudici che in questi anni sono stati eliminati senza bisogno di tritolo, quando hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione”.Paolo Borsellino era a un passo dall’aprire la porta dei “santuari” della mafia, quel terzo livello su cui si era rotto la testa prima di lui Giovanni Falcone. Con la sentenza della Cassazione è stata messa la pietra tombale sulla stagione delle stragi. E Borsellino è sparito dall’agenda della nostra italietta.Il 21 marzo prossimo a Napoli Libera, la gloriosa associazione fondata da Don Ciotti, terrà a Napoli la consueta giornata della memoria e del rispetto dedicata alle vittime della mafia e della camorra.Quest’anno ci sarà un motivo in più per esserci e per ribellarsi al tentativo di oscurare persino i ricordi “scomodi”.
Alcuni 'particolari' su chi ci governa o siede nel Senato della nostra Repubblica non vanno dimenticati.
da http://www.19luglio1992.com Scritto da Salvatore Borsellino Domenica 01 Marzo 2009 16:41 Alfa e Beta è la storia dell’inchiesta aperta dalla procura di Caltanissetta a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, accusati di «reato di concorso in strage per finalità terroristica e di eversione dell'ordine democratico», in pratica di essere i “mandanti esterni” delle stragi di mafia del terribile biennio ’92-’93. Alfa e Beta è la storia di una archiviazione che invece di chiarire ogni dubbio non fa che aumentare le incertezze, le inquietudini: «Gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato – scrive il gip Tona – la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati [Berlusconi e Dell’Utri]. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori». Ma «la friabilità del quadro indiziario impone l’archiviazione». Anche a Firenze era stata aperta e poi archiviata per scadenza dei termini d’indagine una inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri come «mandanti occulti», e il il giudice fiorentino Soresina nell’atto d’archviazione affermò come indiscutibilmente sia esistita «una obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione [Forza Italia]: articolo 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni 90». Tant’è che nel corso delle indagini «l’ipotesi iniziale [di un coinvolgimento di Berlusconi e dell’Utri nelle stragi] ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Il libro Falanca oltre a riportare integralmente il decreto di archiviazione traccia un affresco del contesto storico-politico della stagione delle stragi, ricostruisce uno spaccato credibile e coerente della transizione tra “prima” e “seconda Repubblica”. L’autore, mettendo in fila le dichiarazioni dei “pentiti”, le sentenze, e diverse inchieste giornalistiche, dimostra come dietro quella criptica dialettica al tritolo tra ristretti gruppi d’interesse (di cui conosciamo solo gli autori materiali) non ci sia stata solo una inconfessabile trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato. Le stragi rientravano in una strategia più vasta che prevedeva la destabilizzazione del paese per favorire la nascita di una nuova forza politica che sostituisse la Democrazia Cristiana, partito di governo per 40 anni, letteralmente implosa dopo le indagini sulla corruzione di Mani Pulite. Ed è così che emerge inconfondibilmente il ruolo che hanno giocato i Servizi Segreti italiani ed esteri, la massoneria, i settori deviati dello Stato, eredi di quello Stato parallelo che 20 anni prima avevano insanguinato l’Italia con la strategia della tensione. Alfa e Beta è la storia di una verità che fatica ad emergere, nonostante il grande lavoro degli inquirenti e le recenti scoperte che vanno proprio in direzione del piano di destabilizzazione più vasto. Alfa e Beta è, infine, una storia che ci riguarda tutti, un pezzo della storia italiana che stiamo scoprendo solo ora, nonostante le archiviazioni. L'autore: Simone Falanca (1979), mediattivista. Collabora con diversi new media indipendenti italiani pubblicando articoli e numerose inchieste. Ha fondato nel 2001 Zaratustra.it, sito di controinformazione digitale. Per Fratelli Frilli Editori nella collana in movimento ha già pubblicato Banche Armate alla Guerra.
L'appello di Marco Travaglio per la libertà di informazione - Giugno 2008
Freedom House: Mappa mondiale della libertà di stampa 2009
L'Italia è retrocessa a paese semi-libero
Tre persone d'oro, non lasciamocele sfuggire
Il treno passa forse una volta sola: Luigi de Magistris, Sonia Alfano e Carlo Vulpio sono candidati indipendenti nelle liste di IDV alle Elezioni Europee. Abbiamo la possibilità di essere rappresentati da queste eccellenti personalità della società civile. Vi prego, informatevi e votate. Non lasciamoceli sfuggire.
'Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare: ma bisogna prenderla, perchè è giusta' Martin Luther King
Cinque domande per Napolitano
Da riascoltare: De Magistris al Parlamento Europeo nel Novembre 2007
Contro il voto clientelare
Scelta diretta dei candidati: abrogazione candidature multiple (Quesito n.3)
Importante - Da sottoscrivere
Lettera ad Antonio Manganelli contro la diffida a Gioacchino Genchi
'Sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perchè ordinariamente sono sinceri e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata del genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli.' Giacomo Leopardi, Pensieri
Il canale di AntimafiaDuemila
'La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame.' Adolf Hitler, Mein Kampf
Speciale Genchi - a cura del blog 'Voglioscendere'
'Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo' Gandhi
'Caro ragazzo, cara ragazza del 2009, sono un ex ragazzo degli anni ’60, mi chiamo Beppe Grillo, ho sessant’anni. Faccio parte della generazione che ti ha fottuto. Il tuo futuro è senza pensione, senza TFR, senza lavoro. Il tuo presente è nelle mani di vecchi incartapecoriti, imbellettati, finti giovani. Quando ero bambino l’aria e l’acqua erano pulite, il traffico era limitato, la mia famiglia non faceva debiti e tornavo a scuola da solo a piedi. Non c’erano scorte padane e neppure criminali stranieri in libertà. I condannati per mafia non diventavano senatori.Le stragi di Stato non erano iniziate, Piazza Fontana a Milano era solo un posto in cui passavano i tram. Le imprese erano gestite da imprenditori. E’ strano dirlo ora, ma c’erano persone che investivano il loro denaro per sviluppare le aziende. E manager che vedevano lontano. Enrico Mattei dell’ENI, ucciso in un attentato, Adriano Olivetti, Mondadori, Ferrari, Borghi e cento altri che non ricordo. Intorno alle città c’erano i prati e non i cimiteri di cemento che chiamano unità residenziali. La bottiglia di latte la riportavo al lattaio e non costruivano inceneritori. La televisione era un servizio pubblico in cui lavoravano anche veri giornalisti come Enzo Biagi, e con solo un quarto d’ora di pubblicità al giorno. Quando si parlava si usava il tempo futuro. Il presente e soprattutto il passato erano verbi di complemento. I giardini pubblici erano puliti e sui marciapiedi si camminava senza doversi destreggiare tra le macchine parcheggiate. Le persone erano più gentili, spesso sorridevano. Sul Corriere della Sera scrivevano Montanelli, Buzzati e Pasolini.I genitori sapevano che i loro figli avrebbero avuto un futuro migliore. Solo dal punto di vista economico, ma questo non potevano prevederlo. I fiumi erano puliti e si poteva fare il bagno nel fine settimana che non si chiamava ancora week end. L’unico problema era rappresentato dagli imprendibili tafani. Le spiagge erano libere e il mare quasi sempre verde azzurro. La P2 era una variabile al quadrato e non ancora l’antistato progettato da Cefis. Gelli non aveva arruolato il novizio Berlusconi con la tessera 1816. L’Italia era una e indivisibile e Bossi studiava alla scuola per corrispondenza Radio Elettra. Si lavorava duro, ma si poteva risparmiare e la pensione era un approdo sicuro. Era un piccolo Eden, ora perduto. Non sapevamo di averlo. Molti lo disprezzavano. Negli ultimi sessant’anni abbiamo avuto uno sviluppo senza progresso. E ora non ci resta neppure lo sviluppo.Le generazioni che ti hanno preceduto meriterebbero un processo da parte tua, caro ragazzo e cara ragazza. Sono colpevoli di averti rubato il futuro. Loro vivono nel presente con la seconda casa, le pensioni senza base contributiva. Loro ti governano. L’Italia ha la coppia di cariche dello Stato Presidente/Primo ministro più vecchia del mondo. Loro usano la Polizia contro gli studenti e i precari. Loro hanno ucciso la democrazia e le aziende come Tronchetti e Geronzi, i brizzolati di successo.Caro ragazzo e cara ragazza, non potete più stare a guardare, la vita vi scivola tra le mani. Voi, invece di lasciarla scivolare, trattenetela. Io non sono in grado di dare lezioni a nessuno. Ho fatto troppi sbagli e sono troppo vecchio (anche se non dimostro i miei anni, belin). Ma ho vissuto un tempo più bello, più vero, più colorato, più umano. E so che è possibile anche per voi.Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.' Beppe Grillo