venerdì 24 luglio 2009

Una bellissima notizia

Luigi de Magistris è stato eletto presidente della Commissione Bilancio europea. E' un primo grande successo di questa Italia diversa che ha voluto (e potuto, grazie a Luigi De Magistris, Beppe Grillo, ecc...) finalmente emergere!


mercoledì 15 luglio 2009

Mai avrei pensato di fare, un giorno, una cosa del genere...

Ho appena richiesto la tessera del PD. Terribile, perché: 1) ho mai avuto tessere di partito; 2) attualmente questo è un partito terribile. L'ho fatto perché è l'unico modo per poter sostenere formalmente la candidatura di Beppe Grillo a segretario e lanciare così un messaggio a questo partito che dovrebbe essere (e attualmente non è) il punto di riferimento per chi si considera laico e di sinistra.
Invito chi mi legge a fare altrettanto. Sul blog di Beppe Grillo tutte le istruzioni necessarie.

giovedì 2 luglio 2009

La mosca tze-tze

Articolo di oggi tratto dalla nuova rubrica quotidiana di Marco Travaglio su Micromega-online, 'La mosca tze-tze'.
Tutti coloro che - non tesserati - speravano di votare Debora Serracchiani o Benny Calasanzio come nuovo segretario del PD, sperando di riportare in vita questa parte del parlamento italiano, rimarranno ancora una volta delusi.
Pd, Partito decrepiti
Postato in Articoli il 1 luglio, 2009
di Marco Travaglio*
Debora Serracchiani non si candida a leader del Pd. Ha capito che l’avrebbero massacrata, come accade a chiunque non sia un boss di apparato, non stia in Parlamento da almeno trent’anni e piaccia almeno un pochino agli elettori (guardate come hanno ridotto Sergio Cofferati). Ma, siccome ha deciso di non sparire dalla circolazione e ha osato financo rilasciare un’intervista a Curzio Maltese su Repubblica contro D’Alema e il suo prestanome Bersani, la massacrano lo stesso. Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, il fratello di Montalbano, la prende in giro per aver detto che Franceschini “è il più simpatico”: “Se questo è il criterio, peccato che siano morti Totò e Tina Pica. Erano molto simpatici e sarebbero stati un ticket straordinario”.
Si fa vivo persino Marco Follini, già segretario dei giovani Dc dal 1977 all’80; membro della Direzione nazionale Dc dal 1980 all’86; consigliere di amministrazione della Rai dal 1986 al ‘93; membro della Direzione nazionale del Ccd dal ‘94; segretario dell’Udc dal 2001 al 2005; vicepremier del governo Berlusconi-2 nel 2004; dopo aver votato tutte le leggi vergogna di Berlusconi, nel 2007 è passato al centrosinistra ed è deputato da quattro legislature.
Bene, questo campione del nuovo che avanza, anzi del vecchio che è avanzato, fa lo spiritoso: “Ho letto una densa e pensosa intervista di Deborah Serracchiani che annuncia che voterà Franceschini ‘perché’ è più simpatico. Ora finalmente so a cosa serve il rinnovamento: a sbaragliare gli antipatici”. Anche un altro giovine virgulto come Barbara Pollastrini, che nel ‘68 era maoista con Servire il Popolo, poi 40 anni fa entrò nel Pci, poi fu consigliere comunale a Milano, poi deputata dal 1992 (siamo alla sesta legislatura) e due volte ministro, ce l’ha con la Serracchiani: “Potrei rispondere che preferisco Bersani perché sa cantare…’. Ma per favore, non scherziamo! Cerchiamo di rispettarci di più e di saperci ascoltare”. Poteva mancare l’illuminato parere del pregiudicato Enzo Carra? No che non poteva, e infatti ecco l’ex portavoce di Forlani, deputato da tre legislature e condannato in Cassazione per false dichiarazioni al pool Mani Pulite sulla maxitangente Enimont: “La ‘promessa’ Debora Serracchiani ha rivelato di stare dalla parte di Franceschini ‘perché è il più simpatico’. Un buon motivo, non c’è dubbio.
Ma basta per la leadership di un grande partito? Nel mondo di Debora il leader è biondo, bello, di gentile aspetto. E la colonna sonora è dell’orchestra Casadei: ‘Tu sei la mia simpatia’…”. Roberto Giachetti, ex radicale, poi margherito, ora pidino, celebre per aver invitato Giuliano Ferrara come libero docente alla scuola quadri del Pd, in Parlamento da tre legislature, esprime solidarietà al povero D’Alema, minacciato dalla terribile Debora: “Sento la necessità di esprimere pubblicamente, attraverso il blog, tutta la mia stima nei confronti di Massimo D’Alema anche in ragione del contributo sincero che ha dato alla costruzione del Pd”.
Naturalmente la Serracchiani non ha detto di aver scelto Franceschini solo per la simpatia, ma soprattutto perché lo ritiene il più “bravo, innovativo, coraggioso” fra i candidati su piazza (che sono due), mentre “dall’altra parte c’è D’Alema” e “l’apparato”. Poi ha parlato di “laicità, questione morale, conflitto d’interessi, riforma del Welfare” e soprattutto di “difendere le primarie da chi vorrebbe abolirle”, per “aprire il partito al rinnovamento” e “chiamare gente nuova”. E’ comprensibile che le muffe di cui sopra, al solo sentire parole come “primarie”, “questione morale”, “rinnovamento” e “gente nuova”, mettano mano alla fondina. Presto per dire se Debora abbia scelto l’amico giusto, Franceschini. Ma una cosa è certa: i nemici se li sa scegliere benissimo.

domenica 21 giugno 2009

Referendum elettorale

Sarei per votare sì al quesito n.3, ma sono andata a vedere l’art. n.19 del DPR 361 del '57 aggiornato e, togliendo le parole “nella stessa”, come recita il quesito referendario, la frase non ha più alcun senso!!!
qualcuno mi può aiutare a capire?!?
ps. che il quorum non c'è lo vedo, ma è comunque utile capire di che si tratta
pps. ovviamente astenersi o votare no per i quesiti 1 e 2, pena favorire i 2 peggiori partiti che abbiamo in Italia (PDL e PD)
ppps. l'astensione è una pratica che trovo detestabile, per quanto troppo spesso utile; per combattere l'astensionismo e quindi garantire la giusta dignità all'istituto del referendum, basterebbe abolire il quorum, così sarebbe rispettata la volontà di tutti coloro che si informano ma, nel contempo, non intendono rinunciare ad esercitare il proprio diritto-dovere di voto.

lunedì 15 giugno 2009

Processo d'Appello Dell'Utri

Non sapevo o non ricordavo che il senatore Marcello Dell'Utri è addirittura stato condannato a 9 anni di carcere!!!! (in primo grado e ora anche in appello, per concorso esterno in associazione mafiosa, questo sì che me lo ricordavo...).


Dal blog di Antonio Di Pietro, post di oggi:
Ho voluto avviare l'iniziativa "Li seguiamo per te" per poter informare e tenere aggiornati i cittadini riguardo a tutti quei processi sui quali altrimenti sarebbe calata la spessa cortina del silenzio mediatico. Ho iniziato con il processo al governatore della Campania, Antonio Bassolino, al quale si sono aggiunti quello al corrotto David Mills e al suo - in assenza di lodo - corruttore Silvio Berlusconi. Ora ne aggiungo un terzo: il processo d'appello a Marcello Dell'Utri ripreso il 15 maggio 2009. Quello a Dell'Utri e' un processo capace di spiegare, se non ha gia' spiegato con la condanna in primo grado, larga parte della genesi di Forza Italia, oggi Pdl, e dell'ascesa nel panorama nazionale di un corruttore oggi Presidente del Consiglio.
Processi come questi non ne vedremo più: la legge sulle intercettazioni ed il bavaglio all’informazione, che questa legge comporta, hanno messo la parola fine alla possibilità di risalire a qualsiasi reato, se non per circostanze fortuite. I media non ne parlavano già prima, ora avranno persino un buon motivo per continuare a non farlo. In aula a Palermo venerdì scorso, durante la seconda udienza d’appello, tolti i giudici, c’erano solo tre cittadini in aula, uno di questi era il nostro inviato. Da oggi con questo video qualche migliaia di cittadini in più verrà a conoscenza di questo processo, che già entro l’estate potrebbe portare ad una sentenza definitiva.
Riporto di seguito il testo del video e la parte finale della sentenza a carico del senatore Marcello Dell’Utri così come la si legge nelle 1771 pagine di documenti ufficiali del processo di primo grado risalente all’11 dicembre 2004. Una condanna che lascia ben pochi dubbi sulla gravità dei reati di cui quest’uomo è accusato e della complicità prestata, oltre che della consapevolezza riguardo ai fatti, da parte dell’ambiente che lo circondava.
[da pagina 1761 secondo capoverso]
Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata
hanno consentito di fare luce:
sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti
di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate,
Teresi, oltre a Mangano e Cinà),
sul ruolo ricoperto dallo stesso
nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano,
tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama
delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti
imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo
FININVEST;
sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il
quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona,
adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di
Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o
“soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur
conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi
di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo
compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli
“uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo;
sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni
casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per
circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato
l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo
assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta
Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia,
incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche
grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo
dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei
momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST
(come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di
Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso
(come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico
e giudiziario.
Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate
da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di
conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio
Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di
giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale
espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e
prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di
“cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con
la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti
ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel
perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato
sensu, politici.
Non c’è dubbio alcuno, alla luce delle considerazioni che precedono e di
tutto quanto oggetto di analisi nei singoli capitoli ai quali si rinvia, che le
condotte tenute dai prevenuti si sussumono nelle fattispecie previste e
sanzionate dagli artt. 416 e 416 bis c.p. delle quali ricorrono tutti gli
elementi costitutivi.
Ma ricorrono, anche, le contestate aggravanti di cui ai commi 4° e 6°
dell’art. 416 bis c.p.
Ed invero, la sussistenza di tali aggravanti va ritenuta qualora il reato de
quo sia contestato agli appartenenti ad una “famiglia” aderente a “cosa
nostra” od al concorrente esterno, in quanto l’esperienza storica e
giudiziaria consentono di ritenere il carattere armato di detta
organizzazione criminale (Cass. 14.12.99, D’Ambrogio, CP 01,845) e la
sua prerogativa di operare nel campo economico utilizzando ed investendo
i profitti di delitti che tipicamente pone in essere in esecuzione del divisato
programma criminoso (Cass. 28.1.00, Oliveti, CED 215908, CP 01, 844).
TRATTAMENTO SANZIONATORIO
Per quanto attiene alla determinazione della pena, tenuti presenti i
parametri ed i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p., le condotte di Gaetano
Cinà, consapevoli e reiterate nel tempo, devono essere sanzionate con una
pena che il Collegio ritiene congruo quantificare in anni sette di reclusione,
in considerazione della continuità del suo apporto a “cosa nostra”, alla
quale è stato organico nei termini sopra evidenziati, dell’importante
risultato, economico e non, conseguito dall’organizzazione, grazie alla sua
costante disponibilità, consistita nel coltivare il suo rapporto di amicizia
con Marcello Dell’Utri anche in una dimensione illecita e funzionale alle
richieste ed esigenze degli uomini d’onore della “famiglia” di riferimento e
dei capi del sodalizio.
(pena così determinata:, anni sei, mesi sei di reclusione per il reato di cui
all’art. 416 bis c.p. aggravato, aumentata di mesi sei di reclusione ex art. 81
c.p.
Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più
severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi
negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto
mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione
mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i
tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla
“vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza
sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a
motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche,
tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni
qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”.
Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi
allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato
altrove tutta la sua attività professionale.
Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata
importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente
prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in
relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli.
Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel
corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove
a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda
“Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua
amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla
sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda
“Garraffa”.
Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso
l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo
storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale
attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno
eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico
e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero
dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo
ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui
dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata
all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello.
(pena così determinata: anni otto e mesi sei di reclusione per il reato
aggravato di cui all’art. 416 bis c.p., elevata di mesi sei di reclusione per
art. 81 c.p.).
I due imputati vanno condannati, altresì, al pagamento in solido delle
spese processuali ed il Cinà Gaetano anche a quelle del suo
mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, nonchè entrambi
vanno dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale durante l’esecuzione della pena.
Alla condanna consegue per legge e, in ogni caso, anche in relazione
all’intrinseca pericolosità desunta dalle considerazioni che precedono,
l’applicazione a ciascuno degli imputati della misura di sicurezza della
libertà vigilata per la durata di anni due (tenuta presente la gravità dei reati
contestati), da eseguirsi dopo che la pena è stata scontata o è altrimenti
estinta.
Infine, entrambi gli imputati vanno condannati in solido:
al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle
costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di
Palermo, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali
immediatamente esecutive;
al pagamento delle spese processuali sostenute dalle medesime parti
civili che si liquidano in complessivi euro ventimila per il Comune di
Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia di Palermo, somme
comprensive di onorari e spese.
In considerazione della particolare complessità della stesura della
motivazione, dovuta alla gravità delle imputazioni ed alla notevolissima
mole degli atti processuali acquisiti, si indica in novanta giorni il termine
per il deposito della sentenza.
DICHIARA
DELL’UTRI MARCELLO e CINA’ GAETANO colpevoli dei reati loro
rispettivamente contestati e, ritenuta la continuazione tra gli stessi,
CONDANNA
DELL’UTRI MARCELLO alla pena di anni nove di reclusione e CINA’
GAETANO alla pena di anni sette di reclusione ed entrambi, in solido, al
pagamento delle spese processuali, nonché il CINA’ anche a quelle del
proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.
Visti gli artt. 28, 29,32 e 417 c.p.,
DICHIARA
Entrambi gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonché in
stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena.
APPLICA
A ciascuno degli imputati la misura di sicurezza della libertà vigilata per
la durata di anni due, da eseguirsi a pena espiata.
Visti gli artt. 539 e 541 c.p.p.,
CONDANNA
Entrambi gli imputati in solido al risarcimento dei danni in favore delle
costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di
Palermo, da liquidarsi in separato giudizio, rigettando le richieste di
pagamento di provvisionali immediatamente esecutive.
Condanna, infine, gli imputati in solido al pagamento delle spese
sostenute dalle medesime parti civili che liquida in complessivi euro
ventimila per il Comune di Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia
Regionale di Palermo, somme comprensive di onorari e spese.

Passaparola di oggi

passaparola

DDL intercettazioni - Limitazioni per i blogger

Dalla sezione 'diritto e internet' di punto-informatico.it
Chiuso per rettifica
giovedì 11 giugno 2009
Roma - Il Governo pone la fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere "chiusa per rettifica". È questo il senso di quanto è accaduto nelle scorse ore in Parlamento, dove per effetto dell'approvazione del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge l'idea - di cui si è già discusso sulle colonne di questa testata - di obbligare tutti "i gestori di siti informatici" a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.Non dar corso tempestivamente all'eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di "gestore di sito informatico": la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all'indomani dell'entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell'analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo.

Provo a riassumere le ragioni di un giudizio tanto severo.L'intervento normativo in commento mira, nella sostanza, a rendere applicabile a qualsiasi forma di comunicazione o diffusione di informazioni online - avvenga essa in un contesto amatoriale o professionale e per scopo personale, informativo o piuttosto commerciale - la vecchia disciplina sulla stampa dettata con la Legge n. 47 dell'8 febbraio 1948 e, in particolare, il suo art. 8 relativo ad uno degli istituti più controversi introdotti nel nostro ordinamento con tale legge: l'obbligo di rettifica.La legge sulla stampa, tuttavia - come probabilmente è noto ai più - costituisce una delle poche leggi vigenti scritte e discusse direttamente in seno all'assemblea costituente ormai oltre sessant'anni fa ed ha, pertanto, già mostrato in diverse occasioni un'evidente inadeguatezza a trovare applicazione nel moderno mondo dei media che poco o nulla ha a che vedere con quello avuto presente dai padri costituenti. Si tratta, per questo, di una legge che avrebbe richiesto un intervento di "aggiornamento" urgente, competente ed approfondito o, piuttosto, meritato di essere mandata in pensione dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio. Contro ogni legittima aspettativa, invece, Governo e Parlamento hanno deciso di affidarle addirittura la disciplina della Rete ovvero della protagonista indiscussa di una delle più grandi rivoluzioni del mondo dell'informazione nella storia dell'uomo. Difficile, in tale contesto, condividere la scelta del Palazzo.Ma c'è di più.Sono anni che si discute ad ogni livello - nelle università, nelle aule di giustizia e, persino, in Parlamento ed a Palazzo Chigi - della possibilità e opportunità di estendere in tutto o in parte la disciplina sulla stampa e, in particolare, le disposizioni dettate in materia di obbligo di registrazione delle testate, a talune forme di comunicazione e diffusione delle informazioni online senza che, sin qui, si sia arrivati ad alcuna conclusione sicura e condivisa.La brutta ed ambigua riforma dell'editoria introdotta con la legge n. 62 del 2001, il famoso DDL Levi ribattezzato l'ammazza blog presentato e poi ritirato, il DDL Cassinelli ovvero il "salvablog" tuttora in attesa di essere discusso alla Camera dei Deputati e la "storica" condanna dello storico Carlo Ruta per stampa clandestina pronunciata dal Tribunale di Modica in relazione alla pubblicazione del blog dello studioso siciliano sono solo alcuni dei provvedimenti e delle iniziative che hanno, negli ultimi anni, alimentato - in Rete e fuori dalla Rete - un dibattito complesso ed articolato senza vincitori né vinti. L'entrata in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni vanificherà e polverizzerà il senso di questo dibattito stabilendo, una volta per tutte, che la disciplina sulla stampa - o almeno una parte importante di essa - si applica a qualsiasi forma di comunicazione e diffusione di informazioni nel cyberspazio.Difficile resistere alla tentazione di definire dilettantistica, approssimativa ed irresponsabile la scelta del legislatore che è entrato "a gamba tesa" in questo dibattito ultradecennale ignorandone premesse, contenuti e questioni e che ora rischia di infliggere - non so dire se volontariamente o inconsapevolmente - un duro colpo alla libertà di manifestazione del pensiero nel cyberspazio modificandone, per sempre, protagonisti e dinamiche.Nel Palazzo, domani, qualcuno - nel tentativo di giustificare questo monstrum giuridico liberticida e anti-Internet - dirà che è giusto pretendere anche da blogger, gestori di piattaforme di condivisione di contenuti e titolari di qualsiasi altro tipo di sito Internet la pubblicazione di una rettifica laddove loro stessi o i propri utenti pubblichino contenuti non veritieri o ritenuti lesivi dell'altrui reputazione o onore. Libertà fa rima con responsabilità è il ritornello che sento già risuonare nel Palazzo.Il problema non è, tuttavia, il ritornello che non si può non condividere, quanto, piuttosto, le altre strofe della canzone per restare nella metafora ovvero le modalità attraverso le quali il legislatore ha preteso di raggiungere tale ambizioso risultato. Provo a riassumere il mio punto di vista.The web is not the press (or tv) si potrebbe dire con uno slogan e non è, pertanto, possibile né opportuno applicare ad ogni forma di comunicazione online la speciale disciplina dettata per l'informazione professionale. Dovrebbe essere evidente ma così non è. Gestire le richieste di rettifica, valutarne la fondatezza e, eventualmente, darvi seguito è un'attività onerosa che mal si concilia con la dimensione "amatoriale" della più parte dei blog che costituiscono la blogosfera e rischia di costituire un elemento disincentivante per un blogger che, pur di sottrarsi a tali incombenti e alle eventuali responsabilità da ritardo (una multa da 25 milioni di vecchie lire per aver tardato a leggere la posta significa la chiusura di un blog!), preferirà tornare a limitarsi a leggere il giornale o, piuttosto postare solo su argomenti a basso impatto mediatico, politico e sociale e, come tali, insuscettibili di "disturbare" chicchessia. Allo stesso modo, il gestore di una piattaforma di condivisione di contenuti o, piuttosto, di social networking che, per definizione, non produce le informazioni che diffonde, ricevuta una richiesta di rettifica non potrà, in nessun caso, in 48 ore, verificare con l'autore del contenuto la veridicità dell'informazione diffusa e, quindi, l'effettiva sussistenza o meno dell'azionato diritto di rettifica.Risultato: o si doterà - peraltro non a costo zero - di una struttura idonea a pubblicare d'ufficio tutte le rettifiche ricevute o, peggio ancora, deciderà di rimuovere tutti i contenuti che formino oggetto di un altrui istanza di rettifica tanto per porsi al riparo da eventuali contestazioni circa la forma, i caratteri e la visibilità della rettifica stessa.Sembra, in altre parole, evidente che la nuova legge produrrà quale effetto pressoché immediato quello di abbattere sensibilmente la vocazione all'informazione diffusa che ha, sin qui, costituito la forza del web come primo spazio davvero libero - o quasi-libero - di divulgazione di quello straordinario patrimonio di pensieri e notizie che, sin qui, i media professionali non hanno in parte potuto e in più parte voluto lasciar filtrare per effetto dei forti ed innegabili condizionamenti che i poteri politici ed economici da sempre esercitano sulle testate giornalistiche cartacee, radiofoniche o televisive che siano. Da domani, quindi, i nemici della libertà di informazione avranno un pericoloso strumento per far passare la voglia a tanti blogger nostrani di dire la loro ed ad altrettanti "giornalisti diffusi" di raccontare storie inedite via Facebook, YouTube o MySpace.Ma c'è ancora di più.Il senso dell'obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa risiede nella circostanza che in sua assenza il cittadino che si senta diffamato o avverta l'esigenza di "rettificare" un'informazione diffusa da un giornale non potrebbe farlo o meglio resterebbe esposto all'arbitrio del direttore della testata, libero di pubblicare o non pubblicare la rettifica. Non è così, tuttavia, nella più parte dei casi in Rete dove - salvo eccezioni - chiunque può pubblicare una precisazione, un commento, un altro video o, piuttosto, condividere un link su un profilo di Facebook per replicare e/o rettificare l'altrui pensiero. È questo il bello dell'informazione non professionale online ed è questa una delle ragioni per le quali l'informazione in Rete è - sebbene ancora per poco - più libera di quanto non lo sia quella tradizionale.E per finire, dopo il danno la beffa.Mentre, infatti, la nuova legge impone a chiunque utilizzi la Rete per comunicare o diffondere contenuti e/o informazioni gli obblighi caratteristici dei produttori professionali di informazione, continua a non riconoscergli pari diritti: primo tra tutti l'insequestrabilità di ogni contenuto informativo diffuso a mezzo Internet alla stessa stregua di un giornale. In questo modo si sarebbe, almeno, potuto dire "onori e oneri" mentre, così, l'informazione in Rete finisce con l'essere svilita ad un'attività pericolosa, onerosa e mal retribuita o, nella più parte dei casi, non retribuita affatto. Basterà la passione ad indurre i protagonisti del cosiddetto web 2.0 a resistere anche a tale ulteriore aggressione o, questa volta, getteranno la spugna consegnando la Rete ai padroni dell'informazione di sempre?Chiediamocelo e, soprattutto, chiediamolo a chi ha voluto questa nuova inaccettabile legge ammazza-Internet.
Guido Scorza
http://www.politicheinnovazione.eu/